Ascoltare e saper trattare con gli altri lavorando da tifosi: intervista a Davide Cervellin, CMO Telepass

Davide Cervellin
Davide Cervellin

Ci siamo conosciuti tramite ELIS nell’ambito del programma Human Digital Master, al quale Telepass partecipa come azienda aderente al consorzio. Durante l’estate mi sono imbattuta una lettura coinvolgente, frutto della sua

variegata esperienza in diverse organizzazioni, e ho pensato che intervistare Davide Cervellin (che si definisce “ingegnere davvero atipico”), fosse di valore per una Community come quella di #MindsetRevolution, che ha  tra i suoi principali obiettivi quello di generare passione per l’apprendimento continuo e far sì che questo approccio costituisca il nuovo Mindset per affrontare insieme le sfide del futuro.

Davide possiede un background lavorativo di tutto rispetto. Ha lavorato in aziende come SiemensVodafonePirellieBayPayPalBooking.com. É Advisor e Coach di diverse startup. Collabora on prestigiose università (Politecnico di Milano e Ca’ Foscari Venezia), ha partecipato come keynote speaker a più di 20 conferenze in giro per l’Europa e ha vissuto in Italia, Svizzera, Inghilterra e Olanda. Ora vive a Roma con sua moglie Cinzia e sua figlia Arya e lavora in Telepass con il ruolo di Chief Marketing e Data Officer.

Grazie per aver accettato l’invito Davide, presentati con un tweet vecchio stampo in 140 caratteri.

Veronese, Italiano, Analitico, Appassionato, Determinato, Perfezionista, Orientato al risultato e all’efficienza, amante di vini. Marito, Padre, Figlio, Fratello.

D: Se dovessi spiegare il tuo lavoro a tua nonna, come lo descriveresti?

R: Il mio lavoro si divide in due parti e la prima è quella di marketing. Il marketing può essere descritto come “raccontare storie”. Ciò che faccio in questo senso, è quello di descrivere ai clienti i prodotti e servizi che offre Telepass con l’intento di renderne tangibile il valore per portare loro a scoprirli e poi ad utilizzarli; quanto ai non clienti cerco invece di convertirli in tali. La seconda parte del mio lavoro è quella relativa all’analisi dei dati e l’attività consiste nell’analizzare i dati a disposizione di Telepass per cercare di descrivere i comportamenti dei clienti, attraverso cui proviamo rendere le nostre comunicazioni rilevanti rispetto alle loro esigenze.

Faccio un parallelismo: il mio ruolo è cercare di fare per oltre 6 Milioni di clienti ciò che faceva la lattaia da cui andava mia nonna: conosceva i suoi gusti e le abitudini di acquisto e le offriva un servizio personalizzato, mettendole da parte i prodotti, suggerendole cose che sapeva le sarebbero piaciute.     

D: Nell’incipit di “Office of Cards” racconti che la voglia di scrivere un libro ha rappresentato per te “un’occasione per iniziare una conversazione con persone che vogliono crescere, imparare e migliorarsi e che, sicuramente, a loro volta possono insegnarmi qualcosa”. Quanto sei cresciuto, quanto hai imparato e quanto sei migliorato se dovessi pensare al tuo percorso professionale?

R: Sono cresciuto moltissimo, ma in particolar modo da quando ho iniziato a “curare” la mia crescita come se fosse un task a cui mettere la spunta tutti i giorni.

Crescere quando fai cose o incontri persone è inevitabile. Ogni cosa nuova che fai o persona che incontri ti fornirà stimoli che, se recepiti, ti renderanno una persona diversa. Tuttavia solo con una mente completamente aperta, soltanto sospendendo giudizi e bias sulle situazioni, si può davvero trarre il massimo dalle opportunità di crescita che la vita ci pone davanti.

Faccio due esempi, il primo è semplice: quante volte ci è capitato di giudicare una persona sulla base di alcuni preconcetti (vestiti, colore della pelle, accento…)? Prima ancora che questa persona possa parlare, abbiamo già una forte opinione di lei e questo influirà positivamente o negativamente, sulla nostra apertura verso quello che quest’ultima ha da dire (ad esempio nell’episodio del podcast di Office of Cards in cui recensisco il libro di Cialdini ho parlato di come basti che una persona porti un camice bianco per pensare subito che sia un medico). Il secondo è una citazione di Jim Rohn “Siamo la media delle cinque persone con cui passiamo la maggior parte del nostro tempo”. Di questo parlo molto nel libro Office of Cards ma in sintesi se vogliamo crescere, dobbiamo spendere tempo con persone che ci stimolano a farlo, ci spronano e ci supportano.

Troppo spesso invece siamo circondati da persone che fanno il contrario, e non per cattiveria. Non ci motivano a crescere perché ci vogliono bene e inconsciamente sanno che se se cresciamo ci perderanno perché loro non vogliono fare i sacrifici che siamo disposti a fare noi. L’esempio più classico è il passaggio dalle superiori all’università per chi non abita a Roma o Milano. Molti scelgono di andare nelle università di quelle 2 città e scegliendo ciò si “separano” dai loro vecchi amic e spesso questa separazione avviene con frasi tipo “ma cosa vai a fare a Milano…”, “Milano è pericolosa, caotica…” eccetera


In un mondo in continua evoluzione, quale credi sia la competenza imprescindibile che chi lavora in un’organizzazione deve possedere/coltivare/accrescere?

Senza dubbio le relazioni, imparare a capire e lavorare con le altre persone. Non esiste lavoro che si possa fare in totale isolamento da altri, siano essi colleghi, clienti, fornitori. Il vero peccato è che a scuola nessuno insegna l’arte di saper trattare con gli altri e io, nel mio piccolo, sto cercando di dare un contributo con il blog, il libro e il podcast.

“L’apprendimento è una scelta”: How to Develop a Lifelong Passion for Learning?

Ci sono persone che lo fanno per passione, a loro piace imparare. Altri lo fanno per opportunità, più sanno e più opportunità verranno loro date. Altri ancora per soldi, più sanno più hanno possibilità di fare carriera e guadagnare di più. Per citare il testo di Simon Sinek, “start with why”, tutto ciò che facciamo nella vita, apprendimento incluso, sarà “tollerabile” (in alcuni casi piacevole”) se abbiamo chiaro il PERCHÉ lo facciamoSviluppare una passione è difficile se la si scorpora dal motivo, specie se questa costa fatica (alzi la mano chi vorrebbe fare dieta… ora alzi la mano chi vorrebbe avere un fisico atletico e asciutto…)


Oggi parliamo sempre più frequentemente di “continuous learning” che si basa anche e soprattutto sul valore dello ‘sharing’: come pensi sia possibile far comprendere alle Persone dentro e fuori le organizzazioni che la conoscenza è un bene comune che non soffre della caratteristica di rivalità? 

Io partirei da un fatto: è vero che negli ultimi 30 anni il mondo è evoluto di più che negli ultimi 300? Pensiamoci bene: il progresso accelera in maniera proporzionale alla facilità con cui le informazioni circolano. Più informazioni ci sono a disposizione, più è facile che chi le consuma possa “unire i puntini” in un modo che non è mai stato fatto prima, creando valore e aiutando l’umanità a fare passi avanti. Se tengo le informazioni che ho tutte per me io vado avanti e gli altri restano indietro… Chi pensa così non capisce che il gioco della vita è un gioco di squadra. Essere il migliore in una squadra che perde non serve a nulla, hai perso comunque.

Cosa rappresenta l’azienda oggi anche alla luce di quello che stiamo vivendo? Possiamo considerarla come l’ambiente dell’apprendimento continuo o vedi altre opportunità che ci permettano comunque di farci sentire parte di un progetto comune?

L’azienda è sicuramente un luogo che ha una connotazione spesso negativa ma pensiamoci un attimo. Soprattutto all’inizio delle nostre carriere l’azienda è un luogo che ti paga per insegnarti un mestiere! Ripeto: TI PAGO così che tu IMPARI qualcosa. Direi che posti così non ce ne sono tanti. Poi è chiaro, dopo un po’ la curva di apprendimento si appiattisce e sta al singolo cercare altri stimoli e altre possibilità di apprendimento.

Chiaramente ci sono tantissimi altri modi per sentirsi parte di un progetto comune, ad esempio il volontariato, oppure anche il tifo di una squadra. Quel che conta è il significato che ciascuno di noi dà all’appartenenza ad un gruppo.

Purtroppo, e non è un fenomeno solo Italiano, vedo molte persone che provano più affetto (e quindi passione, interesse, dedicano tempo) alla loro squadra del cuore che alla loro azienda. Sarebbe bello se tutti sentissimo di appartenere alla nostra azienda con la stessa forza con cui ci sentiamo tifosi.

Nel tuo libro scrivi: “Manager” è un nome che implica semplicemente ciò che fai, non ciò che sei. Per contro, un leader è qualcuno che la gente tende a seguire spontaneamente. I leader sono guide, allenatori che rimuovono gli ostacoli che impediscono alle persone di raggiungere i loro obiettivi e che si assicurano che le persone attorno a loro imparino, crescano e siano felici. Come aiutare i Manager a comprendere questa differenza e ad esercitare uno stile di leadership che sia tarato sull’approccio alle persone e alle cose e non un bollino che corrisponda alla mansione aziendale?

Rispondere a questa domanda è il motivo per cui ho scritto il libro 🙂 in sintesi direi che per essere un buon leader bisogna saper ascoltare gli altri, essere umili e capire che c’è sempre qualcuno che ci guarda e che prende ispirazione da come ci comportiamo. È tutto basato sulle relazioni!

Come aiutare i giovani a scoprire la loro vocazione professionale?

Jack Welch suggerisce di provare cose diverse finché non ne trovi una che ti piace. Io suggerisco un approccio un po’ più analitico e dico: intervista quanti più professionisti riesci, usa LinkedIn per chiedere cosa fa uno che fa marketing, vendite, finanza… chiedigli come è la sua settimana, il suo giorno tipo, cosa lo stressa, cosa gli piace del suo lavoro. E osserva la tua reazione fisiologica (non razionale, fisiologica). Osserva quando sorridi, quando ti esalti, quando ti viene da fare 5000 domande… Quelli sono segnali che stanno ad indicare che provi emozioni positive per ciò che stai sentendo e a quel punto usi l’approccio Welch, provi, ma le chances di sbagliare sono a quel punto limitate. 🙂

Cosa rappresenta per te il network? Descrivilo con un’immagine o racconta un’esperienza.

Cito nuovamente Jom Rohn: il network è il mio valore. Chi frequento definisce chi sono quindi è una cosa che curo molto.

***

Grazie Davide per questo “caffè virtuale” che ha creato delle pillole che lasciano ampio spazio per riflessioni più approfondite.

Nella vita non puoi avere successo da solo, indipendentemente da quanto pensi di essere intelligente o bravo. Chiedi aiuto agli altri. Non solo trarrai beneficio dalle diverse prospettive ed esperienze, trarrai beneficio anche dal loro personale interesse nell’aiutarti ad avere successo…”

Noi… Abbiamo iniziato da qui.

Ad maiora semper!

Fonte: Mindsetrevolution.elis.org

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