Dallo smart working non si torna indietro. Secondo il Politecnico di Torino lo si fa 4 giorni su 5

Smart Working
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Dallo smart working non si torna indietro. I lavoratori italiani hanno iniziato a lavorare da casa con l’emergenza Covid-19, ma molti non sono più tornati in ufficio. È quanto emerge da uno studio del Politecnico di Torino tra i dipendenti di Terna, Utilitalia, Elettricità Futura e Terna, ma che secondo i ricercatori può essere “generalizzato a tutti i settori dei servizi e, ancora più in generale, nei lavori di ufficio”. Si tratta di una delle prime ricerche basate su casi di studio in Italia su questo tema: “Prima della pandemia lo smart working era un giorno a settimana e per pochi, ora è per tanti e almeno 4 giorni su 5”, racconta Paolo Neirotti, docente del Dipartimento di Ingegneria Gestionale e della Produzione e responsabile scientifico della ricerca.

L’analisi dei ricercatori dell’ateneo torinese ha realizzato un focus sulle interdipendenze tra organizzazione del lavoro e ruolo delle tecnologie digitali nel favorire comunicazione e collaborazione tra le persone: “La ricerca evidenzia diverse implicazioni collegate all’evoluzione dello smart work da strumento di welfare a ‘nuova normalità’ per i lavori di ufficio. Fondamentalmente molto lavoro di amministrazione, ma anche di progettazione tecnica o di prodotto, pensiamo anche all’assistenza tecnica e ai clienti, che non si svolge più in ufficio – continua Neirotti – Non c’è più il call center, ma le persone rispondono al cliente da casa”.

Nello specifico, la ricerca ha evidenziato che prima della pandemia lo smart work riguardava in generale un solo giorno a settimana in cui veniva concentrato il lavoro di tipo individuale e tendeva a coinvolgere ruoli dove il risultato del lavoro è più facilmente misurabile e non incide particolarmente sulla prestazione complessiva dell’impresa: “Il periodo più indicativo per capire questa tendenza è quello tra luglio e ottobre 2020, quando non c’erano strette dal punto di vista del governo, ma la gente ha continuato a lavorare da casa”, spiega l’accademico.

Secondo i ricercatori questa normalizzazione dello smart work richiede “un generale snellimento dell’impianto normativo che regola in Italia l’adozione di questa modalità di lavoro e sta portando le imprese a rivedere i sistemi di controllo dei risultati, le competenze di leadership del middle management, oltre che l’insieme delle competenze soft, delle norme sociali e del sistema dei valori che regolano il lavoro delle persone”. La legislazione di riferimento è quella del 2017, ma le cose cambiano velocemente: “La normativa sullo smart working esiste e dà il contorno all’organizzazione del lavoro in queste modalità – dice ancora il professor Neirotti – Molto nella fase emergenziale è saltato, ma le organizzazioni e le imprese si sono aggiornate: l’infrastruttura informatica non è stata un problema, mentre è più complesso per le imprese l’approccio manageriale fuori dall’ufficio”.

Controllare che i dipendenti lavorino e raggiungano i risultati sembra sia più complicato a distanza: “In generale, il management e le Relazioni Industriali sono chiamate ad affrontare tre tipi di sfide che hanno implicazioni sistemiche per le politiche del lavoro in Italia – aggiungono i ricercatori – In primo luogo, è necessario rivedere il sistema di controllo del lavoro, sfida che è collegata alla revisione dei sistemi di remunerazione delle persone e alle modalità con cui queste sono regolate nei contratti collettivi nazionali. Il controllo del lavoro si deve infatti spostare dalla quantità di tempo lavorato ai risultati conseguiti. C’è poi il tema della gestione del rischio di isolamento, nel momento in cui le persone lavorano da remoto e sono distribuite e quasi “esiliate” nelle loro abitazioni. Occorrono nuovi approcci alla condivisione della conoscenza necessaria per gestire i processi di lavoro, ma anche per far crescere le persone sul posto di lavoro e fornire loro equità nei sistemi di controllo e valutazione. Il terzo aspetto riguarda l’utilizzo dei diversi strumenti digitali per costruire nuove pratiche di collaborazione, comunicazione e condivisione di esperienze”.

di: Jacopo Ricca

Fonte:  Repubblica.it

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