Perché i danesi e gli olandesi lavorano meno di noi ma sono più ricchi?

Mariutti
Mariutti

L’autore del post è Enrico Mariutti, ricercatore e analista in ambito economico ed energetico. Founder della piattaforma di microconsulenza Getconsulting e presidente dell’Istituto Alti Studi in Geopolitica e Scienze Ausiliarie (IsAG) –

Le trattative per il Recovery Fund e la dialettica comunitaria sugli aiuti post-Covid hanno rinvigorito la narrativa della cicala e della formica: l’Europa del nord laboriosa e risparmiosa chiamata a salvare i cugini mediterranei, fannulloni e spendaccioni. Per primi noi italiani ci riconosciamo in questo stereotipo.

Eppure, i dati raccontano un’altra storia.

Il Paese europeo dove si lavora meno ore l’anno è… la Danimarca! E quello dove si lavora di più ore l’anno è… la Grecia!

Grafico 1 – Ore di lavoro per lavoratore.
Tempo pieno + part-time
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Dati: OCSE

E le sorprese non sono finite.

Questo dato, infatti, non descrive la produttività del lavoro, cioè quanta ricchezza viene prodotta per ogni ora di lavoro. Ed effettivamente, andando a verificare la produttività del lavoro, i Paesi mediterranei inseguono il nord Europa. A un primo sguardo, quindi, sembrerebbe che lavoriamo tanto ma lavoriamo male.

Grafico 2 – Produttività del lavoro in Europa. 
Indice (media europea = 100)
2019
schermata-2020-09-06-alle-15-47-49Dati: Eurostat

Tuttavia, come sottolinea proprio Eurostat, la produttività del lavoro descrive il grado di sviluppo di un’economia, non certo l’operosità dei lavoratori. Semplificando: la produttività del lavoro di un banchiere è centinaia o addirittura migliaia di volte superiore a quella di un operaio quindi, più specialisti ci sono in una comunità, maggiore è la produttività del lavoro di quella comunità. Ricordiamoci che parliamo di quanta ricchezza viene prodotta per ogni ora di lavoro, non della fatica e del sudore.

Non solo. La produttività del lavoro è misurata abitualmente in rapporto al PIL: si prende la somma dell’attività economica nazionale (il PIL) e la si divide per le ore lavorate da ciascun lavoratore. Il problema è che il PIL comprende anche i redditi delle imprese, quindi non deve stupire che i due Paesi europei in cui la produttività del lavoro è di gran lunga superiore agli altri – l’Irlanda e il Lussemburgo – sono paradisi fiscali, dove dichiarano i redditi europei centinaia di multinazionali (in poche parole: dato che Apple Europa ha la sede fiscale in Irlanda, tutti i profitti registrati da Apple in Europa è come se fossero il frutto del lavoro degli irlandesi).

Per provare ad abbozzare un confronto sull’operosità dei lavoratori, invece, sarebbe necessario, quantomeno, comparare i singoli settori economici: gli operai con gli operai, gli impiegati con gli impiegati, i banchieri con i banchieri.

Nel 2014 il governo inglese ha finanziato uno studio che compara la produttività dei singoli settori economici nelle quattro maggiori economie europee: Germania, Gran Bretagna, Francia e Italia. Si tratta di uno studio avanzato, depurato dai redditi d’impresa e da altre variabili che non hanno nulla che fare, almeno in senso stretto, con la produttività del lavoro.
I risultati sono stupefacenti: nei settori dove l’operosità dei lavoratori è la variabile principale per definire la produttività del lavoro, come la Pubblica Amministrazione per esempio, l’Italia primeggia. Sfatando il mito dell’impiegato pubblico italiano che passa gran parte della sua giornata lavorativa giocando al computer.

Grafico 3 – Produttività del lavoro. 
Valore aggiunto per addetto
. Settori selezionati
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Dati: Office for National Statistics, UK. (A) Agricoltura, foresteria e pesca; (B-E) Produzione; (F) Costruzioni; (G-I) Distribuzione, Trasporti, Servizi ristorativi; (J) Informazione e comunicazione; (K) Finanza e assicurazioni; (M-N) Attività professionali, scientifiche e tecniche; (O-Q) Pubblica amministrazione, Difesa, educazione e sanità; (R-U) Arti e svago, altri servizi.

Ma allora per quale motivo lavoriamo molto di più degli olandesi e guadagniamo molto di meno?

Per capirci qualcosa, innanzitutto, bisogna fare un passo indietro.

Con l’avvento della globalizzazione (quella che più correttamente andrebbe definita l’ultima ondata di globalizzazione) si è passati dal commercio di beni al commercio di compiti.

Cosa significa?

Fino a 30 anni fa i beni di esportazione racchiudevano l’identità produttiva di ciascun Paese. Prendiamo a esempio un’auto FIAT: c’era il distretto dei freni, quello degli iniettori, quello dei sedili. E poi c’erano le catene di montaggio a Torino. Il prodotto finale era oggettivamente lo specchio delle eccellenze industriali del Paese, materie prime a parte.

La globalizzazione ha stravolto questo modello.

Oggi i Paesi si sono specializzati nelle specifiche fasi produttive piuttosto che nel prodotto finito: le catene di montaggio si sono spostate nelle economie che offrivano un costo della manodopera più ridotto (i cosiddetti sistemi fabbrica), la componentistica ad alta tecnologia si è concentrata negli ecosistemi sociali e imprenditoriali più propensi all’innovazione, la manifattura pesante si è indirizzata verso i Paesi che possono garantire manodopera qualificata e un basso costo dell’energia. In poche parole, i beni sono diventati collages di componenti prodotte in tutto il mondo.

Il problema qual è?

Che non tutte le produzioni generano lo stesso ammontare di ricchezza (valore aggiunto).
Un’azienda specializzata nella costruzione di motori, per esempio, dà lavoro a ingegneri, tecnici specializzati e operai qualificati. Figure professionali che godono di stipendi medio/alti e contratti tutelati. Oltretutto, un’azienda del genere beneficia di un notevole margine di profitto sulla produzione, quindi remunera cospicuamente gli azionisti, gli investitori e la proprietà.
L’azienda specializzata in copertoni, invece, deve competere sul prezzo della materia prima e su quello della forza lavoro, dà lavoro a schiere di operai sottopagati e spinge per una deregulation in campo ambientale.

Gli Stati, perciò, hanno iniziato a contendersi ferocemente i compiti produttivi più succosi, e cioè quelli che garantiscono posti di lavoro a medio/alto reddito, un gettito fiscale generoso, ricchi dividendi finanziari e un impatto socio-ambientale limitato.

L’Italia non è che ha perso questa competizione, non ha proprio partecipato. E da lì è iniziato il declino dell’economia di base.

Ma che c’entra l’economia di base, i commercianti e gli artigiani, con le dinamiche dell’economia internazionale?

Per semplificare, lo stipendio del cameriere è proporzionale a quante volte al mese vanno al ristorante l’ingegnere o l’architetto, e a quanto possono spendere.

Se gli specialisti si possono permettere di andare a mangiare fuori frequentemente, senza badare troppo al prezzo, potranno pretendere servizi di qualità e, di conseguenza, il ristoratore sarà costretto a formare i suoi dipendenti che, a quel punto, saranno legittimati a chiedere stipendi più alti. Parallelamente, chi ha una buona idea non troverà grandi difficoltà a farsi finanziare da una banca e ad aprire un’attività ristorativa di successo.

Ma se gli specialisti sono pochi, e addirittura malpagati come troppo spesso avviene in Italia, il motore dell’economia si blocca: chi offre servizi, dalla ristorazione al turismo, inizia competere solo ed esclusivamente sul prezzo, taglia gli stipendi per ridurre i costi ma, così facendo, alimenta la crisi della domanda. E questo è esattamente quello che è successo all’Italia.
Oggi in Italia tre quarti della manodopera svolge lavori scarsamente qualificati e, in linea di massima, sottopagati.

Ma questo non vuol dire che si lavori di meno. Anzi.

Un cameriere produce meno ricchezza di un professore universitario ma, di solito, fa una vita molto meno comoda. Un agricoltore può spezzarsi la schiena 12 ore al giorno ma difficilmente mette insieme un valore aggiunto superiore a 10.000 euro l’anno, un ingegnere di Google lavora 4 giorni a settimana, 6/7 ore al giorno, ma genera un valore aggiunto di almeno 10 volte superiore all’agricoltore. In un Paese dove per mettere insieme uno stipendio dignitoso bisogna fare due o tre lavori insieme (la Grecia) si lavora molto di più che in un Paese dove per vivere dignitosamente basta un impiego part-time, il più delle volte integrato da generosi sussidi pubblici: in Danimarca lo Stato versa la differenza a chiunque guadagni meno di 1350 euro al mese, in Olanda a chiunque guadagni meno di 950 euro (1350 se fa parte di una coppia).

Grafico 4 – Sostegno al reddito da lavoro
.Sussidi pubblici (a parità di potere d’acquisto)
. € pro-capite
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Dati: Parlamento Europeo

Ma se in Italia stanno scomparendo i posti di lavoro a medio/alto reddito di chi è la responsabilità?

Difficile addebitarla ai lavoratori. È evidente che chi dirige l’orchestra ha sbagliato qualcosa.
In un Paese dove oltre il 90% delle aziende sono piccole e medie imprese è impensabile che il tessuto industriale capisca da solo dove sta andando il mondo. ENI o Leonardo si possono permettere una divisione analisi e sviluppo, “la fabbrichetta” con 10 dipendenti sicuramente no. Le istituzioni e la grande industria – molto spesso partecipata dallo Stato – avrebbero dovuto traghettare il tessuto produttivo nel mercato globalizzato, non lasciarlo in balia di sé stesso.

Una colpa difficile da scrollarsi di dosso.

La classe dirigente ha individuato tre diverse strategie per evitare di assumersi le sue responsabilità:

1. Attaccare l’euro e l’Unione Europea. L’Unione Europea è squilibrata, troppo sbilanciata a favore dei Paesi dell’Europa del nord? Certo che lo è. Avrebbe bisogno di una profonda riforma strutturale, lo dice anche Prodi, uno dei padri nobili dell’unione monetaria. Ma noi stiamo sempre a chiedere, non siamo più in grado di risolvere nessun problema da soli: siamo colpiti da un terremoto? Aspettiamo i fondi dall’Europa. C’è un’alluvione? Aspettiamo i fondi dall’Europa. Aumentano gli sbarchi dei migranti? Aspettiamo i fondi dall’Europa. Il Paese è sconvolto da un’improvvisa pandemia? Aspettiamo i fondi dall’Europa. Se ti presenti sempre con il cappello in mano c’è il rischio che ti prendano per un mendicante. E poi andare a fare la voce grossa pretendendo un riequilibro dell’architettura comunitaria diventa difficile, ti ridono in faccia.

2. Accusare i lavoratori italiani di essere dei nullafacenti. Probabilmente la narrativa più odiosa. Non solo perché i dati dimostrano che non è vera. Soprattutto, perché troppe volte viene usata per giustificare episodi di sfruttamento inaccettabili per un’economia avanzata come la nostra. Sarebbe bello se i rider che guadagnano 600 euro al mese si vedessero accreditati altri 750 euro dallo Stato, come avviene in Danimarca, ma purtroppo in Italia non funziona così. In definitiva, nel migliore dei casi una forma di provincialismo, nel peggiore “l’ultimo rifugio delle canaglie”.

3. Nascondersi dietro alla battaglia per i diritti. Per carità, quando trionfano i diritti individuali e la libertà è sempre una vittoria per tutti. Ma questo risultato si può ottenere in due maniere: una corretta e una scorretta. Quella corretta è assecondando una spinta dal basso verso l’alto: una società prospera incalza naturalmente il decisore per avere più diritti e più libertà. Fino a 30 anni fa, per esempio, l’Irlanda era la roccaforte dell’integralismo cattolico. Nel 2015 la popolazione irlandese è stata chiamata a votare un referendum per estendere l’istituto del matrimonio alle coppie omosessuali. Nonostante fino al 1993 l’omosessualità fosse reato, il 61% dei partecipanti ha votato sì. Evidentemente i trent’anni precedenti, in cui il PIL irlandese si è più che quintuplicato, hanno trasformato la società. In Italia, invece, si è cercato di imporre nuove libertà e nuovi diritti dall’alto verso il basso. E l’effetto è stato lo stesso di quando provi a dare un biscotto a un cane diffidente: lo convinci definitivamente che stai provando a fregarlo. La popolazione ha percepito distintamente che dietro alle chiacchiere sui migranti e sulle minoranze di genere c’era il desiderio di conservare un potere morale, che significa privilegi, soldi e autorevolezza. E si è inferocita.

Queste tre scorciatoie non sono riuscite ad arginare la perdita di credibilità della classe dirigente ma, in compenso, hanno frantumato la società italiana, rendendo il Paese ingovernabile.

È giunto il momento, perciò, che chi ha studiato, chi ha i capitali, chi gode di prestigio sociale e culturale si metta in discussione, si chieda cosa può fare per il Paese invece di accanirsi a fustigare i vizi della piccola borghesia e delle classi popolari. È tempo che le élites diano l’esempio, che si guadagnino sul campo i privilegi di cui godono.

Continuare con la narrativa degli “italiani fannulloni e goderecci” ci sta portando dritti sull’orlo del burrone.

Twitter @enricomariutti

Fonte: Econopoly

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