L’azienda di Luca ha fatto ampio ricorso al Fis, il Fondo di integrazione salariale, che permette di usufruire dell’ammortizzatore sociale per un massimo di nove settimane non continuative. Questi strumenti, se da un lato hanno evitato migliaia di licenziamenti, dall’altro hanno mostrato limiti nei tempi di erogazione e sollevato dubbi sull’utilizzo: secondo un rapporto dell’Ufficio parlamentare di bilancio un quarto delle ore di cassa integrazione usate in questi mesi sono andate ad aziende che non hanno avuto nessuna riduzione di fatturato. Non a caso il governo, nel decreto Agosto, intende mettere paletti chiedendo alle imprese in quella situazione di contribuire versando il 18% della retribuzione che sarebbe spettata al lavoratore per le ore di lavoro non prestate.

Per Luca quello che è certo è che il lavoro per lui e i suoi colleghi non è affatto diminuito. Anzi: “Tra videochiamate e webinar ho passato molto più tempo al computer, e la difficile gestione dei contratti nel periodo dell’emergenza ha aumentato il carico di lavoro”. Così le sei settimane di cassa integrazione, e le altre due previste per giugno e luglio, sono rimaste solo sulla carta: “Per l’azienda dovevamo lavorare perché eravamo chiusi in casa con il lockdown e non avevamo nulla da fare. Ma intanto io ho guadagnato molto meno”. E soprattutto – leggendo la sua storia dal punto di vista delle casse dello Stato – a pagarlo non è stata l’azienda, ma l’istituto di previdenza. Si pensi che finora per la cig Covid sono stati spesi 16,5 miliardi, coperti a suon di maggior deficit chiesto dal governo e approvato dal Parlamento. Risorse aggiuntive rispetto a quelle già necessarie per garantire gli ammortizzatori ordinari alle aziende in crisi già prima dell’emergenza coronavirus.

E la questione non riguarda solo le grandi aziende. Simone, anche questo nome di fantasia a tutela dell’anonimato, lavora come cuoco in un ristorante del centro di Verona che conta 11 dipendenti, tutti in cassa integrazione da marzo. Ma a maggio, quando l’attività ha riaperto con i soliti orari, l’utilizzo della cassa non è venuto meno: “Il proprietario ci paga per le 20 ore a settimana che dichiara, ma io ne sto lavorando anche 60. Il resto invece arriva dall’Inps”. O meglio dovrebbe arrivare, perché per maggio e giugno Simone non ha ancora ricevuto nulla. In ogni caso, “sarebbe il titolare a doverci pagare dal momento che noi lavoriamo per far guadagnare la sua azienda. Sta sfruttando la cassa integrazione per pagarci di meno. E mi ha addirittura chiesto di non andare in ferie in agosto perché, dice, c’è troppo lavoro, anche se poi non ha soldi per pagarmi regolarmente. Qualcosa non torna”.

Il timore di perdere il lavoro in un momento così complicato frena le denunce, ma i sindacati a Verona parlano di un fenomeno molto diffuso: “Abbiamo ricevuto centinaia di segnalazioni di questo tipo nel settore della ristorazione”, racconta Andrea Lovisetto, segretario locale della Filcams Cgil. Lo schema è lo stesso, con il titolare che fa ricorso alla cassa integrazione ma chiede ai dipendenti di lavorare a pieno regime. “Usano soldi pubblici per pagare i lavoratori, è una frode allo Stato che colpisce anche gli imprenditori onesti che retribuiscono correttamente i dipendenti”. Per Lovisetto, più che ispezioni sui luoghi di lavoro, servirebbero controlli incrociati: “Basta guardare il fatturato: come può essere uguale a prima se sulla carta la metà dei dipendenti erano in cassa integrazione?”. Per intervenire è necessaria la denuncia del lavoratore, ma uscire allo scoperto è molto complicato: “Qui a Verona ristoratori e dipendenti si conoscono tutti tra loro. Chi denuncia sa che non ha finito di lavorare solo in quel ristorante, ma in tutti i locali della città”.