Per fare davvero smart working serve un nuovo capo: ecco perché

Corriere Innovazione
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C’è quello che a casa proprio non ci vuole stare perché non ha lo studio per i meeting su Zoom (ed è stufo di farli dalla toilette). C’è chi invece lavorerebbe tutta la vita dal proprio letto come era solito fare Winston Churchill, anche da premier, durante la Seconda guerra mondiale. C’è poi quello che ha paura che, in sua assenza, gli levino la postazione: perché è evidente che è un piano segreto per i licenziamenti di massa e che il virus è tutta un’invenzione. Lo smart working, o working at home piuttosto che remote working come semplificano in molti altri Paesi, si porta dietro molti malintesi, innanzitutto perché è arrivato troppo in fretta: a) avrebbe solo vantaggi; b) se è smart vuol dire che prima eravamo stupidi?; c) sarebbe in contrapposizione dicotomica con il lavoro tradizionale; d) sarebbe più produttivo.

La risposta, come sempre nella realtà, è: dipende. a) Non è vero che ha solo vantaggi perché dobbiamo ripensare, per esempio, gli spazi personali come ibridi; b) per molti lavori e funzioni la scelta «intelligente» è stare in ufficio, come per quelle posizioni che una brillante sociologa ha definito «i nodi» delle organizzazioni lavorative; c) yin e yang non c’entrano: forse ha più senso dire che lo smart working è più efficace per la parte operativa e gli spazi fisici sono migliori per la parte creativa e di condivisione di idee; d) dalle prime ricerche Usa risulta che molti leader abbiano aumentato il numero di meeting online per un motivo poco scientifico: l’ansia di contare di meno che in ufficio.

La verità è che l’approccio al lavoro dovrà trovare una sorta di terza via che non sia né quella di prima, né quella del lockdown. Non sarà né facile, né indolore, né un fenomeno passeggero. Per questo nelle aziende dovrebbe nascere il chief smart working officer, una figura nuova che non sia il capo del personale e che si occupi a tempo pieno dell’organizzazione del lavoro, anche con un approccio «umanistico» e non solo contabile alle esigenze delle persone. Una nuova cultura della presenza ibrida potrebbe creare anche occasioni di incontro tra domanda e offerta di lavoro superando il classico limite geografico. Non ultimo, le aziende che non vorranno affrontare il cambiamento si troveranno a non essere competitive per i giovani «nomadi» digitali. Lo smart working logora, chi non ce l’ha. Ma è pur sempre lavoro: stanca.

Fonte: Corriereinnovazione

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